Università di Roma TRE, Corso di Compliance – colloquio con il professor Roberto Aguiari

Compliance | Marzo 2007 | Università
070313-aguiari-compliance.doc Roberto Aguiari, Professore Ordinario di Economia e gestione delle imprese e di Finanza aziendale, nella Facoltà di Economia "F. Caffè" dell’ Università di Roma TRE, è stato il primo docente in Italia ad aver istituito un corso universitario sulla compliance: "Economia e gestione delle imprese: la compliance".

IsacaRoma (IR): Buongiorno professor Aguiari e grazie per la disponibilità. A breve avranno inizio le lezioni del suo corso universitario sulla compliance, il primo in Italia specificatemene dedicato alla materia. Qual è l'obiettivo del corso? A chi è rivolto? Ci sono prerequisiti?

Roberto Aguiari (RA): L'obiettivo è far comprendere l'importanza della recente nascita di una nuova funzione, la funzione Compliance appunto, all'interno delle organizzazioni. Il corso è impartito nel secondo ed ultimo anno della Laurea Magistrale in Economia e Management (o nel quinto anno se si tengono in considerazione anche i primi tre anni della laurea di primo livello) per cui è rivolto ai laureandi della facoltà di Economia. Non ci sono prerequisiti specifici se non, ovviamente, di essere regolarmente iscritti al corso di laurea.

IR: Lei segue da tempo le problematiche relative ai temi della compliance e della conformità alle norme in ambito aziendale. In Italia, tranne forse che per le aziende facenti parti di gruppi internazionali, questa problematica è relativamente nuova ed ha avuto un forte impulso in seguito alle recenti istruzioni di vigilanza (per ora in bozza) di Banca d’Italia. Quali sono, a suo avviso, gli ostacoli più importanti che le aziende dovranno affrontare per colmare il gap con le altre nazioni? È possibile importare modelli organizzativi magari mutuati da realtà estere a noi vicine? Se sì, quali?

RA: In Italia le (poche) imprese che hanno già costituito la funzione Compliance sono o grandi banche nazionali o filiali italiane di grandi banche estere o società italiane direttamente quotate alla Borsa di New York (New York Stock Exchange). Nel settore finanziario, come lei ricordava, la Banca d'Italia ha avuto un ruolo molto innovatore su questo tema. Per quanto riguarda gli ostacoli a mio avviso essi sono legati a due fattori ben differenti: la mentalità e il costo. La mentalità è molto importante in tutte le attività innovative anche perché l'introduzione di una nuova funzione spinge a cambiare la struttura organizzativa, le procedure e naturalmente il sistema di potere. Anche il costo spesso costituisce un ostacolo in quanto la costituzione di una nuova funzione di Compliance produce, innegabilmente, un aumento dei costi di controllo; è, però, necessario ricordare che tali costi andrebbero, in realtà, considerati investimenti volti alla riduzione di alcuni rischi aziendali. Infine per quanto riguarda le esperienze estere, modelli di Compliance utilizzati in altri paesi sono già stati importati e recepiti in Italia, tenendo ovviamente conto delle esigenze normative e ambientali locali. Sicuramente i veicoli di "trasmissione" più importanti di questo fenomeno sono state le multinazionali estere con sede in Italia e le società di consulenze internazionali.

IR: In un recente convegno sulla "Compliance e le banche" si sono confrontati due modelli organizzativi: alcuni istituti hanno individuato nel servizio legale l’attore principale del nuovo ufficio Compliance in costituzione; altri hanno preferito affidare le responsabilità di Compliance al servizio di Risk Management. Qual è la sua visione? Il Compliance Officer, così come è al momento delineato dall’organo di vigilanza, deve valutare l’impatto delle norme sull’organizzazione o deve misurare il rischio di non conformità a tali norme?

RA: Ciascuna azienda si è organizzata tenendo conto della struttura organizzativa e professionale esistente; dove era prevalente la cultura giuridica, il primo responsabile proviene dall'Ufficio Legale mentre dove prevale una cultura di auditing il primo responsabile della Funzione Compliance è un auditor. Secondo me, dopo alcuni anni, questa apparente contrapposizione decadrà all'aumentare del livello professionale degli addetti e della consapevolezza del vertice aziendale.

IR: In Italia il dibattito sulla Compliance sembra al momento limitato alle banche. E le altre aziende?

Roberto Aguiari (RA): In Italia moltissime aziende pur avendo eccellenti livelli qualitativi di procedure di controllo, nelle singole attività o funzioni, mancano ancora una visione unitaria che la costituzione di una funzione Compliance viceversa garantirebbe. Il ruolo principale della funzione Compliance è infatti di ridurre i rischi di mancato o limitato rispetto delle norme, regole e standard e ciò vuol dire anche ridurre i rischi di sanzioni e perdita di immagine presso il mercato. Operativamente, il Compliance Officer, deve cercare di standardizzare i molti sistemi di controllo oggi esistenti per ridurre i costi delle procedure di controllo. Negli U.S. queste procedure di controllo automatizzate sono già acquisibili sul mercato sotto forma di software.

IR: Recentemente abbiamo intervistato il (neo) dottore Luca Gallo che si è laureato con lei proprio con una tesi sulla Compliance. Crede che tale area di ricerca avrà sviluppi significativi nel prossimo futuro? In quali direzioni? Le aziende (e le banche) sono già alla ricerca di queste nuove professionalità? Ha qualche consiglio per chi si appresta ad intraprendere questo tipo di studi?

RA: Indubbiamente quest'area sarà oggetto di studi e approfondimenti, volti proprio allo sviluppo di una funzione che tratti in modo unitario il problema della conformità. Un approccio di questo tipo può, in ultima analisi, condurre ad un cambiamento strategico nella gestione del rischio, in quanto il percorso interno all’azienda può avere come obiettivo finale quello di dotarsi di una funzione di compliance, a fronte di una pluralità di funzioni coinvolte nella gestione dello stesso (audit, risk management, organizzazione, aree di business). Nel contempo è altrettanto forte la necessità di definire con chiarezza che tipo di attività di controllo attribuire alla funzione compliance per evitare duplicazioni, sovrapposizioni e contrasti tra le altre funzioni aziendali, soprattutto audit e operational risk. Sicuramente oggi le aziende necessitano sempre di più di queste nuove figure professionali. A fronte delle competenze tecniche di chi proviene dalla funzione legale o di internal audit, vi è nei giovani laureati la cultura e la preparazione accademica sulla Compliance. Le aziende sono quindi interessate a dotarsi delle conoscenze acquisite durante gli studi universitari, al fine di avvalersi delle sinergie derivanti dalla loro introduzione nell'organico. Per coloro che sono interessati a dotarsi di una preparazione in quest'ambito, il consiglio è sicuramente quello di rivolgere i propri studi verso chi già da tempo affronta il problema della conformità e ha già sviluppato una cultura al riguardo, in primis i paesi anglosassoni.

IR: Lei fa parte del consiglio direttivo di AICOM, l’Associazione Italiana Compliance. State predisponendo nuove iniziative?

RA: A distanza di un anno stiamo per intraprendere una nuova indagine sulla funzione compliance, al fine di evidenziare le interrelazioni con le altre funzioni aziendali. Tale indagine, realizzata dalla Dott.ssa Manuela Gallo dell'Università degli studi di Perugia in collaborazione con l'AICOM e con l'università di economia Roma TRE, si propone di studiare il profilo, la collocazione organizzativa, i costi e i benefici derivanti dall’introduzione della funzione compliance nelle aziende che operano sul mercato italiano.

IR: Grazie Professore.

RA: Grazie a voi.

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